La biografia del Tassi


Francesco MariaTassi, Fra Vittore Ghislandi pittore, in Vite de' pittori scultori e architetti bergamaschi, 2 tomi, Bergamo 1793, t. II, pp. 57-74.
FRA VITTORE GHISLANDI PITTORE
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A parlare di Fra Vittore Ghislandi, soggetto non meno valoroso nell'arte sua, che ornato di quelle qualità che valgono a rendere altrui caro a Dio, ed agli uomini insieme, mi porta ora l'ordine della storia non solamente, ma l'obbligo ancora della gratitudine; conciosiacosa che all'attenzione di lui amorosa io mi riconosca debitore di quel poco, che per abilitar me stesso a godere il desiderato divertimento in cose appartenenti al disegno, mi riuscì d'acquistare il tempo di mia fanciullezza. Vorrebbe pertanto il debito mio, che in parlando di lui così adornassi il vero, che anche più di quello ch'egli è, luminoso apparisse ma per quanto ampiamente ancora del suo merito dicessi, non
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potrei eguagliarlo, né dire quanto egli fosse particolarmente ne' ritratti ed in altre capricciose teste singolare ed ammirabile. E sebbene li professori della pittura per poterla interamente possedere, dovrebbono essere ornati di più parti ad effetto di potersi chiamare universali; pure quando ognuna di queste abbia buon fondamento di disegno, e di colorito, e che nel suo particolar genere arrivi alla perfezione è certamente bastevole a render un uomo al pari d'ogn'altro famoso, ed immortale.
Da Domenico Ghislandi pittore di quadratura e paesi, e da Flaminia Mansueta abitanti nel borgo di San Leonardo, nacque Fra Vittore il di 4. Marzo dell'anno 1655. Nel battesimo gli fu posto il nome di Giuseppe, che poi cambiò in quello di Vittore entrando in Religione. La prima inclinazione sua fu per la pittura, che dal Padre scoperta l'applicò al disegno prima sotto Giacomo Cotta, di poi sotto Bartolomeo Bianchini pittor Fiorentino, abitante in questa città, presso il quale egli stette quattro anni. Cominciò tosto portato dalla sua abilità, e dal continuo indefesso studio a dar saggio quanto fosse per divenire eccellente con varj ritratti che fece, fra' quali bellissimo è quello di Domenico suo padre, non avendo egli allora ancor finito il quindicesimo anno.
Pervenuto all'età di venti anni, ed avendolo un giorno il Padre rirovato a discorrere con certa avvenente giovane, infuriatosi contro di lui aspramente lo percosse ; per lo che venne in deliberazione di abbandonare la pittura e portarsi a Venezia, stimolato ancora dal vivo desiderio, che forte lo portava all'acquisto della virtù e della gloria. Non avendo però colà corrispondenza di sorta alcuna, né presunzione di trovar incontro di potere operare per acquistarsi il bisognevole per il proprio sostentamento procurò di ottenere alcune forti raccoman-
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dazioni. con che potesse sperare di procacciarvisi albergo e trattenimento. Dopo un incomodo viaggio fatto a piedi, senza alcuna guid [sic] nè, compagnia giunse in Padova, ove nella gran barcasalito che suole la bassa gente in grande numero ogni giorno alla Dominante trasferire, quivi a caso s'abbattè in un Religioso Minimo di San Francesco di Paola, col quale fatta amicizia gli fu di non poco giovamento in questo suo principio di dimora in Venezia. Dipinse il Ghislandi primieramente il ritratto di questo onorevole Religioso, il quale andavagli procurando sì nel proprio convento come fuori, qualche altra operetta, con che potesse alle quotidiane sue indigenze supplire ; non riuscendo a lui di alcuna utilità o profitto molte raccomandazioni, sopra le quali partendo dalla patria aveva fondata sua principale speranza. Era tutto d'i al convento di San Francesco di Paola, ove que' Religiosi, conosciuta l'ottima indole del giovine, e che male senz'alcuno appoggio continuar poteva li suoi studj, e perfezionarsi nell'arte, lo persuasero a vestire il sacro abito, ed abbracciare il loro santo istituto. Non tardò pure un momento a secondare la divota risoluzione, ben conoscendo che per questa indiretta e da lui non conosciuta strada, dall'alta e divina providenza era stato guidato in questa santissima Religione. Nel 1675. vestì il sacro abito, e per maggiore umiltà sua, e per poter anco maggiormente esercitarsi nell'incominciata sua professione non volle essere sacerdote, ma contentossi di entrare nel numero de' laici. Quivi diedesi a fare grandissimi studj da per sè stesso sulle opere di Tiziano, e di Paolo Veronese, che lo fecer poi a quel gran posto d'eccellenza arrivare, che a tutti è noto. Dopo tredici anni di soggiorno in Venezia tornossene a questa sua patria tutt'altro che quel di prima, perciocchè nelle sue opere fatte in que' tempi il vero gusto de' sopracitati maestri chiaramente si scorge. Ma non contento ancora di sè stesso, e di sempre più avanzarsi desideroso, tratto dal grido di Sebastiano Bombelli che allora in Venezia gran fama di sè spargea, e ne' ritratti teneva il primato, colà di nuovo si trasferì; e postosi sotto la sua direzione per dodici anni, nella sua stanza si trattenne, e sì perfettamente apprese quella maniera che esposte alcune teste da lui fatte, furono da primi professori dell'arte prese assolutamente per di mano del maestro. Preso perciò il Bombelli da non piccola gelosia, non volle più lasciarsi da lui vedere a dipignere, anzi cominciò a trattarlo con modi sì aspri stravaganti, che fu costretto con molto suo rincrescimento ad abbandonare quella scuola. Fra le molte opere che fece in questo tempo in Venezia singolare è il proprio ritratto coll'abito della sua religione, il quale sempre usò in tutti gli altri ritratti, che in diversi tempi fece di sè medesimo : ora è collocato nella libreria del suo convento in Venezia. Nella scuola di San Marco vedesi il ritratto di Niccolò Olmo Governatore di detta scuola, dirimpetto ad un altro fatto dal Bombelli suo maestro, nè distinguesi quale sia il migliore.
Un ritratto di un Senatore in piedi in casa Giustiniani in cale delle acque ; ed il ritratto di Lauro Querini fu Avogador, in detta casa. Fece li ritratti di Don Marco Ottoboni Duca di Fiano, e della Duchessa sua moglie, ed in segno di loro totale aggradimento n'ebbe in regalo una ricca rnedagIia d'oro : e pervenuta la notizia del molto
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valor suo in Roma, fu con replicate istanze dal Cardinale Pietro fratello del suddetto Duca chiamato per trattenerlo nella sua corte; ma per certo suo male, dal quale era frequentemente incomodato nel petto, ricusò l'invito; ed in cambio volle restituirsi alla patria, e ciò fu nel principio di questo secolo. Appena giunto colorì il tanto celebre ritratto dei Marchese Pier Antonio Rota in abito da deputato della città; come pure altri cinque ritratti in piedi, della madre, e de' fratelli suoi, che tutti ben istoriati ora veggonsi nel nobile appartamento di casa Rota. Molto delicate e finite erano in tali tempi le sue teste; e di tale maniera due ne hanno li Conti Carrara di Borgo S. Antonio, una delle quali in mezza figura rappresenta un Prete l'altra un Imperadore, che molto a Vitellio rassembra con corona d'alloro in capo, armatura di ferro, e drappo di seta color di perla ricamato, e merlato, che gli cade sul petto; ed ha un misto di Paolo e di Tiziano, la qual opera non solamente a giudizio mio, ma de' primi professori dell'arte riuscì una delle più belle, che facesse mai innanzi o dopo. Non inferiore vien riputato il ritratto del Co: Giandomenico Tasso Cav. Commendatatario di Santo Stefano, non meno che quello del Co: Cav. Francesco Albano.
Aveva in questo tempo guadagnata fama in Milano di eccellentissimo pittore Monsieur Salamone dall'Her di Andegavia; e desideroso Fra Vittore di sempre più approfittarsi colà portossi, e frequentando sua stanza fece anco qualche studio sopra le di lui opere, che molto a grado gli andavano. Dipinse più volte il ritratto dello stesso Salomone il quale poi si recava a somma gloria di averlo avuto per iscolare, benchè il titolo piuttosto di compagno, che di scolare gli convenisse. Restituitosi alla patria, e prefisso di voler arrivare ad un'altezza di tinte, che fosse sua propria, andava facendo mille pruove, ed indefessamente osservando lo stupendo colorito del nostro Moroni, di Giorgione, e di Tiziano, una testa del quale che sempre avanti gli occhi nella stanza ove dipignea, soleva tenere; volle portato dalla sua naturale semplicità con un piccolo coltello raschiare per vedere di quali tinte si fosse servito l'autore nel primo abbozzo, non riflettendo che tutti li colori essendo insieme incorporati, col raschiare il primo veniva necessariamente a rovinare anche il secondo, in fatti ad altro non potè servire quella pruova, che a rendere quella pregiatissima testa guasta e deformata.
Vaglia però sempre il vero, che a forza di grandissimo studio, di continue osservazioni, e di molti e varj esperimenti arrivò al pos-
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sedimento di quell'alto e formidabile colorito, pel quale particolarmente si rese maraviglioso. Non si può ora spiegare, come a gara tutti andassero per avere da lui o ritratti, o di quelle bizzarre e capricciose teste, che hanno fatto tanto strepito anche oltre i monti. Queste dal naturale sempre le ricavava, e per lo più formarle solea con testa rasa, o con isprezzanti berrette in capo, camicia slacciata al collo, capelli incolti, mani in fianco, fascie a traverso del corpo, istoriandole anco con pennelli in mano, con modellini di statue, con seste, squadre, regoli, e simili istromenti, che alle tre belle arti servono del disegno. Ma il più ammirabile si era un felicissimo atteggiamento, una naturale e dolce guardatura, ed una tale espressione, che di più non si può certo immaginare. Sua particolar dote ancera fu il dipignere pastoso, e senza que' contorni, che sogliono le dipinture di molti secche ed aspre far comparire; e poi che li campi molto contribuiscono a far risaltare le figure, faceali con molto studio e riflessione, contrapponendo li chiari oscuri con tale avvertenza, che le sue teste pajono veramente staccate dal quadro. Ebbe pure molta facilità nel disegnare le mani, le quali sempre copiava dal naturale, come di tutto il restante faceva, essendo solito dire che mai non si poteva ben imitare la natura se non col copiare la natura istessa; a tale effetto però erasi fatto fare una figura di legno quanto il vivo, la quale nelle giunture tutta snodata essendo, volgeva ed atteggiava a proprio piacimento (invenzione ritrovata dall'insigne pittor Fiorentino Fra Bartolomeo di San Marco, è stata poi usata da moltissimi altri ottimi arteficj) e quella copriva di panni, o d'altri ornamenti per poterli a sua comodità ed a1 vivo perfettamente imitare.
Di un tale gusto si vede in Bologna nella galleria Aldrovandi una mezza figura di giovinotto posto in naturalissimo atteggiamento, con furbesca guardatura al sommo espressivo, e di grande forza, la quale ho inteso esaltarsi al sommo dagl'intendenti, e specialmente da Francesco Monti noto pittor Bolognese, allorchè dal 1752. stava dipingendo a fresco quì in Bergamo la cappella della Beata Vergine del Rosario nella Chiesa di San Bartolomeo.
Ma di queste tali egregie capricciose teste ne sono adorne non solo le principali gallerie d'Italia, ma anco moltissime di quelle oltremonti, essendogliene state ordinate per fino dall'Inghilterra da Marmeduck Constable Baronetto della Provincia di Jorch, il quale era venuto espressamente a Bergamo nel tempo che viaggiava l'Italia., per essere dal nostro artefice dipinto. Ne sono state trasportate in Lisbona:
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in Parigi appresso il Maresciallo di Belisle; in Vienna quattro nella galleria del fu Principe Eugenio di Savoja, e quattro in quella del Co: di Collalto, il quale- confessò che erano le più belle teste, che fossero in quella sua scelta copiosissima galleria. In Vienna pure vedesi il ritratto di Carlo Tinti Bergamasco, che dal Barone Bartolomeo suo Figlio vien conservato. Fra li ritratti, che circa tale tempo dipinse, bellissimo è quello del Co: Giambattista Vailetti figurato in piedi in una ben fornita stanza, posato con un braccio ad una sedia con ricca veste da camera, e camiciuola di drappo d'oro; nè veder certamente potrannosi panni più veri e naturali di questi. Nel 1711 fece il ritratto dell'Eccellentissimo Capitan Grande Agostin Barbarigo, e nel 1714. quello del successore suo Co: Carlo Zenobio; amendue in piedi, e vestiti in Ducale, che ora si veggono nella Sala de' ritratti del palazzo Prefettizio.
Nella libreria ora di Santo Spirito de' Canonici Lateranesi vi sono due maravigliose sue opere, che meritano particolare attenzione: in una vien rappresentato in mezza figura l'eccelente pittore Pietro Gilardi co' pennelli in mano, e dietro a lui vedesi la vivissima testa di Marcantonio Bernardi Bolognese, fu sonatore di Violone nella cappella di Santa Maria, ed al più alto segno dilettante di pittura; e nell'altra si vede il pingue ritratto del Dottor Bernardi fratello di Marcantonio, che tiene in mano una carta, sopra la quale stà scritto il nome dell'artefice, e l'anno 1717.
Correva il medesimo anno, quando fu con grande istanza a Bologna chiamato dal Cardinale Boncompagni Arcivescovo di quella città, che essendo da grave mal d'occhi tormentato, e sapendo che Fra Vittore aveva per detto male certo mirabil segreto (che poi morendo ha lasciato a' Padri del convento) volle da lui essere curato. In tale incontro fecegli ancora il suo ritratto, per la che di molti ragguardevoli doni gli si mostrò cortese. Quivi espose in pubblico una sua mezza figura, che fu da tutti quegli insigni professori sommamente applaudita, come ce ne assicura il Padre Orlandi nel suo abecedario pittorico, che fu testimonio di veduta delle grandi meraviglie, e de' grandi onori a lui fatti da quell'illustre accademia del disegno, che lo volle al suo catalogo degli Accademici d'onore aggregare, come rilevasi dalla patente, che tratta dal suo Originale piacemi di quì registrare.
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"Noi Principe, ed Accademici Clementini,
Dopo aver considerato il molto valor vostro, Padre Fra Vittore Ghislandi Bergamasco dell'ordine de' Minimi di San Francesco di Paola, e quanto voi siate egregio nella pittura; tutti a viva voce vi abbiamo alla Accademia nostra annoverato, ed aggiunto al Catalogo degli Accademici d'Onore. Con questo intendiamo di riconoscere in parte il merito vostro, ed assieme di accrescere non poca gloria all'Accademia, la quale sempre vi sij a cuore.
Dalla Accademia Clementina li 17. Ottobre 1717. Bologna.
Donato Creti Viceprincipe
Gio. Giuseppe dal Sole Direttore.
Angelo Michele Corazzoni Direttore.
Gio. Pietro Cavazzoni Zanotti
Secretario
Paolo Antonio Alberti Not. Pub.
Si trattenne qualche mese in quella città, ove ebbe occasione di servire varj personaggi di distinzione, e di conversare con que' primi famosi professori, che allora in Bologna più che in qualunque altro paese fiorivano, li quali tutti grande stima alla virtù sua dimostrando attestavano di non aver mai altri conosciuto, che la vera maniera di Tiziano abbia sì perfettamente saputo imitare.
Nel 1718. appena restituito alla patria dovette portarsi in Milano, per fare il ritratto del Principe Lievestein Governatore di quella città; ove avendo in tal tempo mandato a Bologna un ritratto ordinatogli prima della sua partenza, ricevette dal Padre Alessandro Visconti la seguente lettera, dalla quale si scorge quanto fosse colà riputato il merito suo.
Revdo. Padre Pron. Singmo.
Ricevei già giorni sono per la posta il consaputo ritratto ben custodito, ma sopra tutto di tutta perfezione, e che è molto piaciuto al Padrone, e da tutti quelli che lo vedono molto lodato, e non è da
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maravigliarsi, essendo parto del di lei grande e raro talento. La ringrazio però intanto a nome di quel Signore, quale è restato soddisfatissimo e contento, e mi disse l'altro giorno che per verità non lo darebbe per venti doble. Suppongo poi che sij stata avvisata, come essolui mi ha detto, dal Sig. Ristorini dei modo e maniera, che deve tenere per mandargli il suo ritratto, e lo desiderarebbe prima di Pasqua. Il Sig. Milani la riverisce, e la ringrazia de' disegni. Intanto si conservi e ci ritorni un poco a rivedere, che tutti e Secolari, e Cavalieri, e Religiosi ciò desiderano, ed in particolare, se non altro per godere della di lei cara conversazione, e per poterla più comodamente servire, desiderando mostrarmele quale al presente mi dico.
V. D. P. R.
Bologna 6. Aprile 1718
Devotmo. Ser. Vero
Fr. Alessatidro Visconti ec.
Ne' susseguenti anni dovette più volte in Milano trasferirsi, colà chiamato da due altri Governatori Co: di Colloredo, e Co: di Daun, i ritratti de' quali veggonsi in una delle sale della Regia Ducal Corte. In tali incontri fece diversi ritratti di altre persone di qualità; fra' quali è considerabile questo in piedi del Marchese Girolamo Angelini, che è posto nella sala della Beata Vergine di Loreto fuori di porta Renza: quelli di tutta la famiglia Stoppani, coloriti cori bella invenzione, e maestrevole artifizio in un sol quadro: e quello del Maresciallo Visconti vestito di ferro in mezza figura, il quale volle dal nostro pittore esser ritratto per la seconda volta, ma in piedi vestito pure alla militare con bastone di comando in mano; il quale ritratto vedesi insieme con altro simile della Consorte sua magnificamente abbigliata, nella galleria del loro palazzo di Brignano.
Venuto l'anno I719. il Padre Don Ferdinando Orselli Monaco Vallombrosiano dilettantissimo di pittura, che per tutto il tempo che fu di dimora nel Monastero d'Astino poco da Bergamo lontano, volle per quanto fu a lui possibile, frequentare la stanza di Fra Vittore, fu dalla religiosa obbedienza costretto a portarsi a Forlì con grave suo dispiacimento per dover abbandonare quella scuola, nella quale aveva, molto approfittato.
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Prima però di sua partenza, volle che gli facesse il suo ritratto, promettendogli poi di mandargli da Forlì il ritratto dei famosissimo Carlo Cignani. Giunto per tanto colà, e fatto fare il promesso ritratto, glielo spedì accompagnato con questa lettera, della quale porterò qui le parole stesse copiate da me dal proprio originale; ciò che anche servirà per dimostrare ad evidenza quanta stima del nostro Ghislandi facesse quel celebratissimo maestro.
Stimatis. Padre Vittore.
Gli mando il ritratto del famoso Carlo Cignani, che la riverisce assieme col Sig. Felice suo figlio. Ha visto il mio ritratto fatto da lei, e ne ha fatto questo bell'elogio. Questo è il più bel ritratto, che io abbia visto dei pittori dei nostro secolo. Io però l'ho assicurato, che modernamente lei fa assai meglio. Ha voluto che io glielo lasci in casa per vederlo con comodo, mentre sono alcuni giorni che è in letto incomodato da un raffreddore, ma stimo che siano li 93. anni che lo affliggono. Io poi sono così contento, che non ho che desiderare; mentre dopo le feste andarò in casa del Cignani a copiare un bel quadro, sotto la direzione ed assistenza di questo grand'Uomo, che mi ha promesso di dirmi molte cose per mio vantaggio; ed il Sig. Felice che mi ama al sommo, è sempre da me, o io da lui, mentre la sua casa non è distante dal Monistero che un tiro di schioppo. Ho veduta la famosa cupola, che è il miracolo dell'arte; una parte è già alle stampe, e spero mandargliela, o portargliela al mio ritorno. Qui stiamo male a lacca, onde la prego a mandarmene in una lettera unpoco della sua; la potrà fare in polvere fina, e adattarla nella lettera, che faccia poco involto, e scriva sopra la lettera Milano per Bo.logna, Forlì in San Mercuriale. Veda se di qua possa servirla, che sono e sarò sempre.
Di, V. P. M. Rda.
Forlì 9. Aprile 1719.
Divotiss. Ser., ed Obblimo. Amico
D. Ferdinando Qrselli
Moltissimi furono li personaggi di distinzione, oltre li già detti
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che vollero essere da lui dipinti; e dovransi annoverare fra questi l'Eccellmo Paolo Donato Capitan grande, ora posto nella sala di Rocca; l'Eminenmo. Cardinale Pietro Priuli fu nostro Vescovo; il Padre Michele Stella Generale dalla sua Religione, poi Vescovo di Giaca in Ispagna; il Padre Francesco Sirera altro suo Generale, e poscia Arcivescovo di Valenza; e due nostri illustri Comandanti, l'uno il Co:Scipione Boselli Tenente Generale nelle armate di S. M. Cristianissima, e l'altro il Co: Girolamo Albano Tenente Maresciallo di S. M. Imperiale; che furono entrambi di gloria ed onore alla nazione Bergamasca.
Le molte frequenti visite avute da persone di ragguardevole condizione, o da pittori celeberrimi e delle arti nostre intelligenti, che passavano per questa Città, fanno chiara testimonianza che il nome di questo grand'uomo era in qualunque luogo non solamente palese, ma anco in grandissima estimazione. Fra i molti pittori che hanno desiderato il ritratto loro di mano del nostro Ghislandi, sono stati oltre li mentovati M. Salomone, e Pietro Gilardi, il notissimo Giambattista Tiepolo, il quale in occasione che faceva le bellissime e non mai abbastanza lodate pitture nella cappella del famoso Capitano Bartolomeo Coleone, portavasi frequentemente nella sua stanza per vederlo a dipignere; Francesco Polazzi, Angelo Palia, Bartolomeo Nazari, AntonioZifrondi, il celebre scultore Andrea Fantoni, e l'insigne intarsiatore ed architetto Giambattista Cagnana.
Se quì poi volessi io far menzione del gran numero de' quadri, che egli di sua mano colorì per altri privati gentiluomini, cittadini, e mercatanti, non essendovi quasi casa che non abbia qualche parto del suo fecondo pennello, troppo certamente m'estenderei; ci basterà però il farla di alcuni fra li migliori singolarissimi. Il ritratto del Co:Giacomo Bettame in abito da Dottor di Collegio; quello del Marchese Canonico Ezechiele Solza; e quello di Don Giambattista Curtoni spiccano al maggior segno fra altri undici singolari pezzi che veggonsi di Fra Vittore nella scelta galleria di casa Bettame: quello del Co: Andrea Asperti; del Co: Gio. Suardo, nel quale vedesi da una parte ritratta una maravigliosa testa di un suo vecchio servitore, al quale per parer vivo altro non manca che il moto; il ritratto in piedi del Co: Girolamo Suardo Padre del suddetto, in abito di Deputato della città, nelqual abito ritrasse anco Bartolomeo Albano; il Co: Benaglio di Piazzanuova; ed il Co: Flaminio Tassis mio Avo, e questo particolarmente
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viene fra le sue migliori opere annoverato. Moltissime e belle teste veggonsi poi nel borgo di Sant'Antonio presso li Conti Tassis, Ragazzoni, e Carrara, che fra le di già mentovate che sono in questa casa v'ha anco di ammirabile un ritratto di un Monaco Vallombrosano fatto a tocchi, di gran forza sul gusto di Giacomo Bassano; ed altro vecchio canuto, che rappresenta al vivo l'effigie di un fratello del pittore stesso, al quale altro non manca che l'esser di carne. In Brescia vi sono cinque ritratti in Casa Barbisoni; ed un altro molto eccellente e naturale nella scelta galleria di Casa Avogadri. Aveva nel dipinger simiglievoli teste di forza e risentite, particolare diletto; e quando s'abbatteva in qualche naturale a suo modo, procurava di farne il ritratto; e soleva anche dirsi in Bergamo, quando qualche bel vecchio vedevasi, o qualche altra forte o bizzarra testa: ecco una testa pel Frate, col qual nome solo veniva volgarmente chiamato. Sebbene suo principale e grandissimo pregio sia stato solamente ne' ritratti, ed in altre teste a capriccio, come abbiamo veduto; non è però che non abbia ancor fatta qualche opera a fresco, come ne'suoi primi anni fece in casa Zanchi a Rosciate, ed altri quadri istoriati ancora; come una tavola nella Chiesa de' Frati di Longuele (*) rappresentante Sant'Antonio di Padova col Bambino Gesù, un'altra nellaParrocchiale della Madonna di Sforzatica in faccia all'organo, nella quale vedesi espressa la Natività della Beata Vergine; ed altri quadretti laterali all'altar maggiore della Chiesa di Galgario. Fu più volte ricercato da' Custodi della Galleria di Firenze, ove sono li ritratti di tutti li più celebri pittori, fatti di propria mano di ciascheduno di loro, acciocchè esso pure mandasse il suo, per unirlo a quello del lodatissimo suo concittadino Giambattista Morone. Ma quante volte egli lo fece, gli fu quasi a forza rapito da' dilettanti, che a qualunque più caro prezzo andavano a gara a sterparglielo dalle mani, per la qualcosa è restata priva quella famosa galleria di un soggetto, che a molti superiore, a nessuno inferiore certamente sarebbe stato. Ha però il Marchese Andrea Gerini Fiorentino, celebre Fautore e Protettore instancabile delle arti nostre, voluto avere nella sua scelta galleria qualche opera del nostro Ghislandi; ed una sua testa fatta a capriccio di un giovine, gli fu da quì mandata dal Commendatore di Santo Stefano Co: Giambattista Pesenti, la quale fu con pienissimo aggradimen-
(*) Eran del terzo ordine di San Francesco ora ivi soppressi....
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to dal Marchese ricevuta, e molto applaudita da tutti quei professori. Un suo ritratto di propria mano vedevasi nella galleria, o sia serie di ritratti de' più eccellenti pittori dei passato e presente secolo, raccolta con grande industria e spesa da Raffaello Mosconi Negoziante Bergamasco, che abitava in Verona, che ora poi per eredità è passata ne' Conti Gazzola. Un altro suo ritratto pure di sua mano è posseduto da' Conti Pesenti, appresso i quali veggonsi anco sei bellissimi ritratti, ed altre molte sue eccellenti opere. Ma fra tutti bello e vivacissimo quant' altro mai, fu quello che doveva aver luogo nella mentovata galleria di Firenze, ora conservato dal Co: Giacomo Carrara; ove si è naturalmente istoriato co' pennelli in mano in atto di dipingere un grazioso giovinetto, e vedesi scritto in un cartello. Fra Victor de Ghislandis Minimus se pinxit 1732.
Nello stesso anno, e settantesimo settimo dell'età sua, avendo la mano alquanto tremante cominciò a dipignere col dito anulare tutte le carnagioni, la qual cosa continuò sino alla morte; e siccome era stato di Tiziano perfetto imitatore nel colorito, così compiacevasi di imitarlo ancora in questo, asserendo che tale maniera di dipingere, assai bene ed a grande comodità gli tornava; né mai più, nel far le sole carnagioni però, si servì di pennello, se non se in qualche minuta parte, o per dare gli ultimi colpi; ed in questa sua ultima maniera ha fatte bellissime teste, e pastose quant'altre mai, tuttochè fatte a tocchi interamente.
Nel 1737 furono terminati gli otto ritratti de' suoi religiosi, quanto il naturale fin sotto il ginocchio figurati per tanti martiri o confessori della sua religione; ed in uno facevi apparire nel fondo anche il proprio ritratto: fecegli per ornamento della sagristia del suo convento di Galgario, ove di presente veggonsi nicchiati stabilmente nel muro. Nell'anno medesimo fece il ritratto in mezza figura dell'Eccellentis. Paolo Querini Podestà di Bergamo, vestito in Ducale, e nella Sala del pubblico Palazzo Pretorio doveva essere collocato; ma tanto piacque al Cavaliere, che seco lui volle portarlo in Venezia. Ritoccò nell'istesso tempo, o per meglio dire quanto alla carnagione rifece quasi del tutto quel tanto decantato ritratto di Francesco Maria Bruntino; il quale siccome innamoratissimo era dell'arti liberali, e particolarmente delle lettere, e della pittura, tale suo genio volle espresso in una maschera, o sia volto di gesso, ed alcuni libri da un lato dipinti sopra un pezzo d'antico marmo, sul quale si legge la seguente iscrizione: Franciscus Maria Bruntinus in egestate natus, picturae, ac librorum ama-
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tor; e più sotto. A studente Ghislandis Minimorum facto. Questo maraviglioso ritratto con tanti altri è posseduto dal Co: Giacomo Carrara, il quale allora pure si 'fece fare il suo bel ritratto in veste da camera e con testa rasa. Della stessa maniera sono pure li ritratti del Co: Gio. Domenico Albano e della Contessa Paola sua consorte.
Infinite opere di tale gusto dipinse ad ogni condizion di persone; e nonostante che assai indebolito fosse di vista , e di mano per la gravissima età , non volle mai abbandonare la pittura; fìnchè nel principio di Decembre dell'anno 1743. infermatosi da lì a non pochi giorni con danno inesplicabile dell'arte, e con dispiacere universale diede fine al suo vivere in età di anni ottantotto, e nella sua Chiesa fu onorevolmente sepolto.
Fu fra Vittore uomo assai religioso, umile, e ritirato; e scorgevasi in lui una vereconda modestia accompagnata da costumi così onorati, e rispettosi, ed insieme piacevoli, che legava gli animi di chiunque con lui trattava; e risplendeva in esso tanta religione e cristiana pietà da potersi. ad altri proporre per esempio. Era di mezzana statura, di aspetto piacevole e modesto in ogni sua azione; fu pperciò sempre poco inclinato a dipingere donna; e fare dovendone, le faceva affatto coperte, introducendo ne' ritratti o grandi merlature, o nastri bizzarri, o altri capricciosi ritrovati, che servivano ad abbellire il quadro, e nello stesso tempo a coprire la figura in quelle parti ove nè l'occhio nè la mente castissima dei pittore voleva penetrare. Soleva in tale proposito raccontare un fatto occorsogli in sua gioventù; e fu che essendo al leggìo per fare un ritratto di una quanto bella e gentile, altrettanto vana e capricciosa femmina, e secondo il suo costume facendola affatto coperta in quella parte, della quale essa solea far molta pompa, da diabolico furore trasportata, strappatosi anco quel poco di velo che in parte solo le ricopriva il petto, a lui così snudata volgendosi disse: E perchè tu non vuoi farmi ciò che Iddio m'ha fatto? Rimase stordito l'innocente Religioso, e gettata la tavolozza e pennelli fuggì da quella stanza, nè volle pìù porre le mani nello incominciato ritratto. Da tale accidente poi prese un totale abborrimento a fare ritratti di donne, i quali a dire il vero non riuscivano né meno della solita sua grazia e bellezza, non avendo esso intorno a loro, stucchevoli acconciature, e troppo ricercati moderni ornamenti molto studio, e grande attenzione adoperata giammai; e se osserverassi ancor bene, si vedrà che poche ne ha dipinte rispetto al grandissimo numero de' ritratti, che in un corso di vita si lungo fece questo arte-
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fice; giacchè non mai, anche nell'estrema decrepitezza scapitò egli tanto di forze, che gli mancasse il poter in qualche modo operare. Quindi è che insino alla morte continuò ad esser di molto giovamento e profitto al proprio Convento; ed essendo egli affatto esente da ognuno di quei bassi ufflcj, alli quali per lo più sogliono i laici soggiacere, parvegli doveroso di contribuire ogn'anno trenta ducati pel proprio vitto, del quale fu sempre parchissimo; impiegando ancora ogni guadagno a solo benefizio del Convento, e della sua Chiesa. Fabbricò a sue spese il dormitorio verso Levante, la cappelletta de' morti, il ponte sopra la Morla per comodo de' borghi di San Tormmaso, e Santa Catterina; fece de' candelieri d'argento, pianete, ed altri sacri ornamenti per la Chiesa; nè si sa che per proprio piacere, o comodo siasi mai alcuno menomo dinaro voluto appropriare. Fu molto co' suoi scolari amorevole, in mezzo a' quali solea dipignere, onde molto poteano essi apprendere dal vederlo ciò fare. Era solito sempre parlar loro delle difficoltà dell'arte, de' suoi studj, e grandi fatiche sofferte per giungere a quella forza di colorito, che scorgevasi nelle sue pitture; e per effetto della sua grande semplicità lodava sovente le opere sue con parole talora straordinarie. E' ben vero però, che in mezzo a' maggiori encomj che dava a sè stesso si volgeva sempre a Dio, dal quale riconosceva ogni sua virtù, e lo ringraziava. Per altro la sua semplicità era tale, che non rade volte era egli stesso preso a gabbo dagli scolari medesimi: in pruova di che basterà solamente quì riferire una ridicolosa burla fatta più d'una volta a questo buon Religioso; e fu che standogli alcuni di loro dietro le spalle, gittavano in aria alcuni pezzi d'ossa di morti animali, i quali cadendogli all'intorno l'empivano di un grave timore, quasi che fossero anime de' defunti bisognose di suffragio, che facessero tali scherzi; e deponendo tosto tavolozza e pennelli si metteva in punto di fare delle orazioni, frattanto che gli scolari di soppiatto smascellavansi dalle risa. Altri festevoli avvenimenti raccontansi succeduti in quella stanza, ove della singolar bontà del maestro abusandosi que' discepoli più alle facezie attendevano, che allo studio; e in fatti di tanti che hanno frequentata quella scuola, a niuno quasi è riuscito di avvicinarsi al suo bel modo di colorire, fuorchè a Paolo Bonomino, il quale fu particolarmente amato da Fra Vittore, ed ajutato co' suoi ammaestramenti a contraffarne la sua propria maniera, per modo che alcune sue opere fatte in quel tempo a gran pena si distinguevano da quelle del maestro: di che ne fanno fede li ritratti del Co: Antonio Valmarana Capitan grande dipinto nel 1727. esposto nel
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la seconda sala del Palazzo Prefettizio; quello del Revmo. Padre Don Gaetano Alessandri Generale de' Teatini, il qual si conserva in casa Alessandri, cioè dal Sig. Marcantonio fu Cancelliere della città; quello del Padre Don Giuseppe Maria de' Tassis mio Zio, della stessa religione; quello di un Servidore di casa Olmi fatto da Paolo per suo studio, per essere una testa di gran rilievo e molto pittoresca, la quale essendo stata esposta in un apparato di pubblica funzione, fu assolutamente creduta di mano del Maestro. Ma a cagione d'aver egli fatto quello che alla maggior parte avviene, cioè lasciato nel più bello de' suoi studj la scuola, per attendere, o per desiderio di guadagno o per necessità, ad ogni sorta di lavoro, ha abbandonata in parte quella forte maniera, la quale più d'ogn'altro andava imitando.
Devesi però non poca laude a Paolo per 1a molta felicit?, e facilità nel condurre i suoi ritratti con tanta somiglianza dei vivo in ogni minima parte, che di più non si può desiderare, nè sperare da qualunque altro artefice; il che si rende tanto più plausibile, quantoche egli ha il dono che in pochi altri si ravvisa, cioè di saper effigiare le persone già morte, e dar loro canta somiglianza, che pajon ritratte dal vivo. Egli è del continuo adoperato in far ritratti, de' quali n'è piena per così dire 1a citt? tutta, ed ha quasi sempre l'onore di colorire quelli de' pubblici Rappresentanti, allorchè partono da questo Reggimento; veggendosi particolarmente il salone Prefettizio ornato di molti de' suoi ritratti in piedi molto bene espressi, ed istoriati; nel che esercitandosi come fa per le continue occasioni, che se gli presentano, va procacciando a sè ed alla sua famiglia un onorevole sostentamento.
Trovansi poi tra gli altri, due ritratti in borgo Canale in casa di quel Proposto Viscardi, uno de' quali è di mano del Maestro Ghislandi con testa rasa, e l'altro perfettamente copiato dallo scolare suddetto con berrettone in capo.
Cesare Femi di professione Litotomo, e oculista celebratissimo, attese ancor egli per qualche tempo al disegno nella scuola di Fra Vittore; e se tutto si fosse dato alla pittura, sarebbe senza alcun dubbio divenuto un pittore eccellentissimo, come tale è riuscito nella sua professione, che va a comun bene esercitando. Fu suo Padre della città di Norcia, condotto ad esercitare la professione di Litotomo in questo publico Spedale, e perciò detto volgarmente il Norcino; nella qual arte istrusse sin da primi anni il giovinetto figliuolo, con tanto profit-
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to che arrivò in breve tempo non solamente ad uguagliare il Padre, ma a superarlo di gran lunga. Era egli di mente assai svegliata, e di sangue molto focoso; nè fissar potendosi in quella solamente, attendeva ancora al disegno, al quale sentivasi da fortissima inclinazione condotto; ma temendo il Padre che questo studio potesse sviarlo dalla propria professione, glielo proibì onninamente; e perciò Cesare, nel tempo che restavagli dal prestare assistenza al Padre nelle sue cure, portavasi nascostamente da Fra Vittore, e da esso ne ritraeva amorosi insegnamenti. Postosi a colorire, ne riuscì assai bene; e dopo la morte del Maestro, postosi da sè stesso a copiare diverse operette di figure, paesi, animali, in grande. e in piccolo, ha fatto una pratica tale in simile facoltà che le sue copie si confondono alcuna volta con gli stessi originali; e siccome egli per proprio diletto, e non per guadagno tratta la pittura, così tutte le conserva in, propria casa; ove avendo io condotto il celebre Zuccarelli, osservò con gusto straordinario tante e si diverse miniere antiche e moderne, imitate con molta diligenza, e senza quell'apparente stento, che suoi vedersi nelle copie; sicchè non ebber piu fine le sue lodi, e le sue ammirazioni. Ebbe in tale incontro in dono il Zuccarelli alcuni colori di lacche particolarissime, che Cesare ha il secreto di formare simili a quelle di Fra Vittore; come altresì ha singolar talento in comporre altri colori e vernici bellissime. Ha copiato molto bene diversi paesi del suddetto Zuccarelli, ed alcuni ne ha fatto anco d'invenzione su quella maniera bene espressi, e vivamente coloriti. Fra le molte eccellenti sue copie una deggio raccordare particolarmente, la quale essendo posta al confronto del suo originale alla mia presenza e di altri dilettanti, a nessuno fu possibile, se non a grande stento a poterla distinguere: questa è una bellissima testa al naturale del Salvatore coronato di spine, di maniera Guidesca, ultimamente acquistate dal Co: Canonico Zanchi, e posta nella scelta sua galleria; essendo poi la esatta copia di Cesare collocata nel luogo, dal quale fu levato l'originale. Ha fatti diversi ritratti, fra' quali due meritano particolar ricordanza per rapporto a' personaggi, che rappresentano: l'una si è del Padre Giulio Oderi Genovese Crocifero, che mori in odore di santità l'anno 1754. nello spedale di questa città, nella cui infermeria vedesi esposo in atto di assistere ad un moribondo; l'altro che replicò due volte del Padre Gaetano Migliorini Cappuccino, celebre per virtù, e per tanti libri dati alle stampe: e di questi applauditi ritratti uno si conserva nel suo Convento, e l'altro presso li suoi Nipoti.
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Resterebbe per ultimo da aggiungere alcuna cosa intorno ciò, che rende il nostro Femi più che in ogn'altra facoltà commendabile; dico della sublime sua virtù nella professione di Litotomo, e Oculista, e delle sue meravigliose cure e guarigioni; ma per non esser questo il mio assunto, me la passerò brevemente. Dirò solamente, che a cagione di questa si è acquistata la fama, e l'onore di tutto il paese d' ogn'altra vicina città, ove di frequente è chiamato; ed in Milano particolarmente, in Piacenza, in Brescia, e in Crema, ove ebbe occasione di fare alcune operazioni con esito felicissimo a ragguardevoli personaggi, non può dirsi con quanto onore ed estimazione sia apprezzata la somma virtù di lui, per la quale ha avuti dei vantaggiosi partiti, e delle grandiose offerte; e perciò la Città nostra, per non restar priva di un così degno e necessario soggetto, stabilì nel pubblico Concilio di accrescergli lo stipendio, che di già molti anni prima gli aveva graziosamente accordato, come dalla parte presa li 14. Febbrajo 1756. per l'aumento dalli 50. alli 100. scudi è manifesto. Fu pure presa altra parte dal Concilio del giorno 22. Xbre 1757. con cui si concede al Sig. Cesare Femi di potere abitar anco ne' borghì, ma dentro la cinta vecchia col già accresciuto onorario di scudi cento; e fu dispensato eziandio dal debito di essere confermato.
Vive Cesare agiatamente, sempre operando o in pittura per proprio diletto, e per puro amore alla virtù, o nella propria professione a sollievo di chi ne abbisogna; e così per lo suo valore, e per la sua fresca età è da sperare, che altre opere sempre e migliori egli faccia in pittura, e che debba lungamente coll'esercizio dell'arte sua essere di benefizio e vantaggio alla patria. (1)
Fra gli scolari di Fra Vittore merita di aver suo luogo PietroGualdi nato nella terra di Nembro nel 1716. mentre sotto gli amoro-
(1) Vive ancora il Sig. Cesare, e non son che tre anni passati da che ha messo da bande la pittura; nè ciò per altro motivo, che per non recar danno alla vista già troppo affaticata, e alquanto indebolita. Ma da quando l'Autor di queste Vite scrivea fino a questi ultimi tempi, il nostro Femi ha sempre seguitato a dipingere con tutta quella eccelenza di che è detto cui sopra; e ancor più, quanto con l'esercizio e con la riflessione più venìa, perfezionandosi. Ritratti di persone per qualche particolar merito, o per comun venerazione distinte; Ritratti d'intere famiglie; Copie da' quadri o da carte de' più gran Maestri, che gli capitavano alle mani, e destavano il suo genio. Egli n'ha pieno la casa, e passano il numero di cento d'assai; oltre que' pezzi che son posseduti da' particolari, e serbansi con somma cura E in tutte tali opere si scorge quell'Uomo che, come dice l'Autor nostro, avrebbe pareggiato i più celebri dipintori, se la pittura solamente avesse coltivato; benchè a dire il vero, non son pochi i quadri, ne' quali non è ad essi inferiore.
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si insegnamenti di lui arrivò a produrre qualche copia tolta dal Maestro con qualche sapere.
Dopo essere stato nove anni continui in questa scuola portossi in Roma, ove con la direzione di Placido Costanzi degno allievo di Benedetto Luti, ha proseguiti i suoi studi per avanzarsi anco a dipingere istorie, e ne' cinque anni di sua dimora fece non poco profitto. Restituito alla patria ha esposte diverse opere al pubblico, come le quattro vele in Santo Agostino dipinte nella cupola della Cappella di S. Nicola: una Vergine col figlio morto fralle braccia, ed un S. Giovanni Nepomuceno nella chiesa del Carmine: una tavola della Madonna del Rosario nella Parrocchiale d'Alzano di sopra: due quadri laterali in quella di Bonate superiore con li Santi Vincenzo de' Paoli e Francesco di Sales: due altari laterali in quella di Spirano con li Santi Luigi Gonzaga e Giuseppe col Bambino, e diversi graziosi angioletti: due tavole in quella di Colognola, l'una con la Madonna del Rosario attorniata da molti Santi, l'altra colla Vergine Addolorara: un Sant'Antonio col Bambino Gesù nella privata Cappella di Monsignor nostro Vescovc nel luogo di Fara in Gerra d'Adda: un quadro assai grande posto in mezzo al Coro nella nuova Chiesa di Bariano (1).
(1) Questo quadro rappresenta il martirio de' SS. Gervasio e Protasio. In alto alla destra vi è un Idolo, di sotto un manigoldo, colla spada in atto di sfoderarla. Vicino a questo un Sacerdote in atto di persuadere S Protasio ad adorar l'idolo, e il Santo mezzo nudo, colle mani legate di dietro, e con altro manigoldo che lo tiene per mezzo di una corda. In seguito S. Gervasio ucciso a colpi di bastone, e strascinato giù dal palco da due sgherri, uno de' quali lo tiene per le braccia, l'altro co' piedi sulle spalle lo spinge per gittarlo dal palco. Sotto tali figure vi è una prigione, e alla destra di essa tre altri manigoldi, uno de' quali mira i Martiri con aria furibonda, e molto espressiva. A' piedi poi del Quadro stà un vecchio inginocchiato con un ginocchio solo, e tiene in mano della corda. Dalla parte sinistra a' piedi pure del quadro vi è una donna seduta con un bambino in grembo, e un piccolo cagnolino. Più in alto delle suddette figure ve ne sono altre quattro con bandiere, lancie ec e in cima del quadro due Angioli che tengono in mano le palme, e sotto questi a mano destra due teste di Cherubini.